Il 48,3% delle famiglie non riesce ad arrivare a fine mese. Tra le cause anche la ludopatia

Un italiano su quattro si sente povero, il 77,2% degli italiani conosce persone che non arrivano a fine mese, un giovane su 10 è costretto a tornare a vivere con i genitori, il 48,2% delle famiglie non ha i mezzi per far studiare i propri figli; la metà degli italiani non riesce a pagare le spese mediche.

Sono solo alcuni degli aspetti rilevati nel Rapporto Italia 2017 diffuso da Eurispes. L’indagine elaborata considerando i risultati di un questionario cui ha risposto un campione di 1.084 cittadini stratificato per genere, età e area territoriale, ha messo in luce un quadro alquanto negativo. Secondo il presidente di Eurispes, Gian Maria Fara “L’Italia ha registrato un continuo declino rispetto alle posizioni degli altri Paesi dell’Eurozona sul fronte dell’istruzione, della ricerca e innovazione, mentre il fronte delle imprese è caratterizzato da un alto livello di indebitamento con il sistema bancario”. E continua: “alcuni fenomeni stanno producendo effetti devastanti sul sistema politico e istituzionale dall’impoverimento del ceto medio, al blocco della mobilità sociale e alla redistribuzione della ricchezza, fino alla mancata crescita”. “La situazione è frutto della mancanza di un progetto per il futuro che possa vedere tutti collaborare nell’interesse generale del Paese”, conclude Fara.

Le famiglie non arrivano a fine mese

Dal rapporto emerge che il 48,3% delle famiglie non riesce ad arrivare a fine mese ( il 47,2% nel 2016). Il 44,9% è costretto a ricorrere ai propri risparmi. Il 25,6% delle famiglie non riesce a far fronte alle spese mediche ed una persona su quattro dichiara di sentirsi abbastanza (21,2%) e molto (3%) povero. Lo stato di povertà deriva da diverse cause: perdita del lavoro (76,7%), separazione o un divorzio (50,6%), malattia propria o di un familiare (39,4%), dipendenza dal gioco (38,7%), perdita di un componente della famiglia (38%). Il 49% non può permettersi un posto dove abitare; il 48,2% non ha i mezzi sufficienti per far studiare i propri figli; il 41,9% non può permettersi di curarsi; il 39,3% è costretto a rivolgersi alla Caritas.

Consumi: tra risparmi e poteri d’acquisto

Nonostante si registri un lieve miglioramento, (secondo il rapporto la maggior parte degli italiani (il 51,5%) non ha visto ridursi la capacità di spesa, mentre il 48,5% ha lamentato una perdita), la situazione richiede ancora un’ inevitabile corsa al risparmio. Il 38,1% ha ridotto le spese mediche (contro il 34,2 dello scorso anno); i pasti fuori casa (70,9%), estetista, parrucchiere e articoli di profumeria (66,2%), viaggi e vacanze (68,6%). Il 33% degli italiani ha almeno un animale domestico, ma a causa della crisi economica la percentuale è scesa del 10% rispetto allo scorso anno. Nell’ultimo triennio il 28,7% delle famiglie ha chiesto un prestito in banca che nel 7,8% dei casi non è stato concesso. Il 46,8% si rivolge agli istituti di credito per l’acquisto della casa, per pagare debiti accumulati (27,6%) o per saldare prestiti contratti con altre banche o finanziarie e affrontare spese per cerimonie (queste ultime motivazioni sono condivise dal 17,9% dei cittadini). Un altro 10,9% ha chiesto un prestito per cure mediche e il 2,2% per potersi pagare le vacanze.

L’insoddisfazione nel sistema sanitario

Il 54,3% non è soddisfatto della sanità. Al Sud la percentuale supera il 70%. Il dato complessivo non risulta particolarmente cambiato negli ultimi anni. Al Nord-Ovest prevale la soddisfazione (70,3%), che ottiene la maggioranza anche al Nord-Est (56,3%). Completamente diversa la situazione al Centro-Sud: il Centro raccoglie giudizi negativi da parte del 65,9% degli intervistati, del 72,4% nelle Isole, del 73,6% dei cittadini del Sud. Il 75,5% esprime disagi per le lunghe liste di attesa legate a visite ed esami medici; il 53,2% ha dichiarato di aver dovuto attendere troppo per interventi chirurgici e il 48,9% ha indicato una scarsa disponibilità da parte del personale medico e infermieristico. Nel 42,2% dei casi si denunciano strutture mediche fatiscenti, nel 41,8% le pessime condizioni igieniche. Il 34,1% di coloro che si sono rivolti alla sanità pubblica ha sperimentato a proprie spese errori medici. Il 50,5% degli intervistati preferisce rivolgersi agli ospedali pubblici per cure specialistiche e interventi chirurgici (il 25,7% sceglie le strutture private), ma il 23,8% dichiara di non potersi permettere cure private. Nell’ultimo anno il 31,9% dei cittadini ha rinunciato alle cure dentistiche per i costi eccessivi, il 23,2% a fisioterapia-riabilitazione, il 22,6% alla prevenzione e il 17,5% si è trovato a sacrificare persino medicine e terapie.

Buoni Lavoro

Nel 2011 ne sono stati venduti 15 milioni, nel 2015 circa 115 milioni. L’uso dei buoni lavoro continua a crescere: nei primi 9 mesi del 2016 sono stati venduti oltre 109 milioni di voucher un +34,6% rispetto allo stesso periodo del 2015. Il 50% di coloro che li utilizzano, secondo il Rapporto, sono persone molto attive sul mercato del lavoro: si dividono tra diversi contratti a termine o cercando di integrare rapporti di lavoro part-time o indennità di disoccupazione. L’altra metà è costituita soprattutto da giovani ai quali si aggiungono pensionati e donne di media età non interessate o scoraggiate nella ricerca di altri posti di lavoro. Nel 2015 è cresciuto di molto il peso dei giovani (43,1% dei voucher) e si è rafforzato quello dei trentenni (20,6%%) e dei quarantenni (17,4%). Agli over 60 è riferita una quota modesta dell’8%, tuttavia, in valori assoluti, l’espansione dei voucher riguarda anche loro. E, al contrario di quanto farebbe pensare la natura molto ‘marginale’ di molte attività regolate dai buoni lavoro, l’impiego dei voucher non riguarda prevalentemente gli stranieri. Tanto che, secondo i dato Inps, nel 2015 solo l’8,6% dei buoni è stato destinato ad extracomunitari.

Universo Giovani

Per combattere la crisi, i giovani ricorrono ad alcune strategie: il 13,8% torna a casa dai genitori, il 32,6% si trova costretto a ricorrere al loro sostegno economico, il 23% decide di affidarsi alla cura dei figli per non dover pagare nidi privati o baby sitter. Per quanto riguarda i “cervelli in fuga”, il programma ‘Rientro dei cervelli’, avviato nel 2001 dall’Italia al fine di facilitare il ritorno dei ricercatori italiani dall’estero e per incoraggiare quelli stranieri a lavorare in Italia, ha fatto acqua da tutte le parti. Solo 519 i ricercatori rientrati in 9 anni, contro un flusso in uscita che è stato molto più consistente. Solo un quarto dei ricercatori che hanno aderito al progetto è rimasto in Italia per più di 4 anni. Gli 11 milioni di millennials, nati tra gli anni Ottanta e il Duemila, presentano difficoltà a pianificare il loro futuro finanziario: secondo il 45% risparmiare è un grande sacrificio; il 40% è sfiduciato sulla possibilità di percepire uno stipendio simile a quello dei propri genitori. Dati significativi se si pensa che, come sottolinea Eurispes, entro il 2020 questa fascia d’età rappresenterà il 25% della popolazione di Europa e Stati Uniti.

Il rapporto tra gli italiani e la giustizia

Il 37,1% dei cittadini considera che gli errori giudiziari derivano da un cattivo funzionamento della macchina giudiziaria nel suo insieme; per il 27,1% sono legati al lavoro dei magistrati; il 13,7% indica come causa i pubblici ministeri delle procure che non svolgono adeguatamente il lavoro di indagine. Il 21,8%% ha preferito non esprimersi. Per il 67,3% degli intervistati un imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva mentre il 47,8% considera le intercettazioni uno strumento fondamentale per prevenire e reprimere reati. Il 40,9%, pur condividendo questa posizione, si preoccupa che sia tutelata la privacy delle persone. L’11,3% ha invece dichiarato che le intercettazioni invadono la libertà personale. Riferendosi alla difesa personale, il 41,3% ha dichiarato che potrebbe ricorrerebbe alle armi di fronte ad una situazione di pericolo, il 22% è sicuro che lo farebbe. Il 25,8%, probabilmente non utilizzerebbe le armi sotto minaccia e il 10,9% esclude nettamente questa possibilità. Il 48,5% si dichiara d’accordo con l’incriminazione di chi reagisce durante un furto in casa o nel proprio negozio sparando e ferendo o uccidendo gli aggressori, solo nei casi cui la reazione non sia commisurata al pericolo; il 42,7% è invece contrario all’ incriminazione. L’8,8% sostiene che debbano essere incriminati in ogni caso.

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