Social media, videogiochi e slot machine: la psicologia delle dipendenze

data di creazione: gen 09
Scritto da Gennaro Donnarumma

Secondo uno studio del 2016, i millennials controllano lo smartphone, in media, 150 volte al giorno; una ogni nove minuti. Una dipendenza totale, studiata da psicologi e sociologi, che ritengono che il nostro utilizzo del telefono non sia del tutto conscio.

Quante volte ci troviamo a prendere in mano lo smartphone senza nessuna ragione? E perché è così difficile resistere alla tentazione di accendere il display, anche mentre siamo immersi nel lavoro, stiamo guardando un film, siamo a cena con amici o stiamo leggendo un libro?

Il punto è che non siamo solo noi a non resistere alle tentazioni, ma anche le app degli smartphone che sono progettate precisamente per incrementare l'engagement degli utenti e il relativo tempo di utilizzo della medesima. Un obiettivo raggiunto facendo leva su una delle sostanze prodotte dal nostro cervello, la dopamina, e usando gli stessi metodi di machine learning adottati nella progettazione delle slot machine online e dei videogiochi.

La gamification dei social media: tre opinioni differenti

I social media, "stanno utilizzando le stesse tecniche delle sale da gioco per creare dipendenze psicologiche e radicare i loro prodotti nelle nostre vite" riassume Philihp Busby, Wealth Management Consultant. "Questi metodi sono così efficaci che possono attivare nel cervello meccanismi simili a quelli della cocaina, creando sindrome di astinenza psicologica".

Ma a detta dell'antropologa Natasha Dow Schüll c’è di più, perché l’aggiunta dei videogiochi sulle piattaforme social (si pensi al successo di Candy Crush, per citare il caso più eclatante) ha consentito di creare dei “loop ludici”, dei circoli viziosi di gioco fatti di partite veloci, ricompense da guadagnare, amici da sfidare, livelli da scalare. E chi tenta di allontanarsi viene sommerso da messaggi o proposte di bonus di gioco. “Dobbiamo cominciare a renderci conto del tempo perso sui social media”, ammonisce la studiosa. “Non si tratta solo di un gioco, ma di un fatto che ha implicazioni finanziare, psicologiche ed emotive”.

Allo studio delle dipendenze del gioco d’azzardo la Nottingham Trent University ha dedicato un dipartimento, il cui direttore, Mark Griffiths, evidenzia un altro parallelismo tra i due mondi. Il meccanismo delle ricompense dei videogiochi presenti sui social network (monete virtuali, distintivi, funzioni aggiunte e via dicendo) è una declinazione di quello che in psicologia comportamentale si chiama “rinforzo variabile”: si premia l’utente con una vincita o con una gratificazione di quando in quando, secondo schemi predefiniti.

Tale sistema è molto conosciuto dagli sviluppatori di slot machine, ma non è finalizzato a rendere i giocatori dipendenti. Nel campo della progettazione delle slot online, l'obiettivo principale degli sviluppatori è quello di potenziare tutti quei fattori che contribuiscono a rendere la gamification massima per gli utenti

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Psicologia delle dipendenze

L'analogia tra il giocatore d'azzardo e il drogato dei social media è difficile da evitare, secondo alcuni esperti del settore.

Tristan Harris, ex etico del design di Google, chiama il nostro smartphone "la Slot Machine nelle nostre tasche". La maggior parte delle app per smartphone utilizza "premi variabili intermittenti" per mantenere gli utenti agganciati. Poiché i premi sono variabili, sono incerti: devi tirare la leva o premere un pulsante per vedere cosa otterrai.

Adam Alter, professore di marketing alla New York University, aggiunge che, con l'invenzione del pulsante mi piace, gli utenti scommettono ogni volta che postano. Le notifiche sui social media funzionano come una forma di clickbait. Le notifiche illuminano i centri di ricompensa del cervello, in modo che ci sentiamo male se le metriche che accumuliamo sulle nostre diverse piattaforme non esprimono abbastanza approvazione.

L'aspetto di dipendenza di questo è simile all'effetto dei videopoker o dei giochi per smartphone sui giocatori compulsivi, ricordando ciò che il teorico culturale Byung-Chul Han chiama la "gamificazione del capitalismo".